MARMO
roccia metamorfica con struttura cristallina, tessitura
granulare e aspetto saccaroide. Relativamente facile da
lavorare e da lucidare. Fra le varietà più preziose
quello di Carrara o statuario lunense, di colore bianco e
grana fine, che si ricava da varie località delle Alpi
Apuane (è uno dei cosiddetti marmi puri, formati da sola
calcite), il bardiglio, di colore grigio azzurro, il
marmo cipollino delle Apuane, il marmo mischio o
portasanta; infine tutti i marmi provenienti
dalle cave greche, come il marmo di Paros, candido e
cristallino. Anche le venature del marmo furono
apprezzatissime per la possibilità di essere sfruttate
sotto il profilo estetico.
MARMORINO
anche marmorina, è un tipo di malta preparata con un
impasto di calce e polvere di marmo, usata come stucco
per superfici di rivestimento, zoccoli, gradini ecc. e
come intonaco nella pittura murale romana.
MARMORIZZAZIONE
tecnica con la quale si riproduce artificialmente
laspetto dei marmi brecce e delle pietre dure
utilizzando prevalentemente stucco colorato e marezzato
ottenuto con processi di lavorazione che variano in
relazione alle aree geografiche e alle singole botteghe.
Il termine marmorizzazione si usa anche per indicare un
tipo di lavorazione del vetro con caratteristiche simili.
MARMO ROSSO
tipo di marmo impiegato come pietra da costruzione
prevalentemente a Firenze (è presente nel complesso di
Santa Maria del Fiore e nel Battistero), composto
mineralogicamente da marne del Sugane con venature di
notevole ampiezza, di materiale torbido, bruno-rossastro.
Sotto il profilo conservativo tende a trattenere
rilevanti quantità di acqua, favorendo i processi di
degrado legati allimbibizione.
LTECNICA DEL MARMORINO
In linea generale lo stucco è costituito da un impasto
di calce spenta ed inerti di varia granulometria in base
alla destinazione d'uso. Lo stucco può essere utilizzato
in svariati modi per le sue caratteristiche
plastiche: come lisciatura murale o per
realizzare rilievi; come elemento strutturale e
decorativo quando costituisce pilastri, lesene o archi,
cornici; come intonaco poi prontamente affrescato a
colori vivaci; come finitura di una parete
Immaginare lo stucco solo come un impasto bianco sarebbe
errato visto che può essere facilmente colorato con
pigmenti naturali in polvere assumendo le colorazioni che
più si intonano al contesto in cui viene collocato: con
la tecnica del marmorino è possibile addirittura creare
superfici ad imitazione del marmo, riproponendo tonalità
e venature proprie della pietra vera.
STUCCO VENEZIANO
Nella tecnica antica dello stucco veneziano, o marmorino,
la calce utilizzata deve essere invecchiata prima di
essere commista agli altri ingredienti... si parla di una
stagionatura, dal momento in cui viene
spenta, che va dai 3-6 mesi all'anno, ma gli
antichi maestri parlano addirittura di ben 3 anni: non è
affatto semplice reperire in commercio della materia
prima con queste peculiarità. Una scelta diversa, cioè
quella di una calce fresca, comporterebbe la presenza di
grumi che potrebbero scoppiare durante la stesura
compromettendo il risultato. Un abile stuccatore sa che
l'intonaco di sostegno riveste grande importanza per la
perfetta riuscita di questo intervento e conosce i
diversi tipi di calce da utilizzare. La tradizione
insegna che si deve applicare il primo strato (RINZAFFO)
di impasto a base di calce, unita a sabbia ed inerti a
grana grossa o mista; questo tipo di calce non è né
viva né spenta ma bensì una calce idraulica naturale
priva di sali idrosolubili che si ottiene dalla
frantumazione e cottura della pietra di silice ed
argilla. Questo tipo di calce essendo naturalmente
"idraulica" conferisce all'intonaco di far
presa anche in presenza di forte umidità o addirittura
acqua garantendo la traspiratezza necessaria in luoghi
umidi. Successivamente si devono stendere 2/3 strati
(ARRICCIO) del medesimo impasto avendo cura di attendere
la completa asciugatura dopo ogni strato. L'intonaco
così ottenuto avrà uno spessore di circa 3/4 cm e sarà
ruvido ma al contempo perfettamente spianato. E'
importante che la superficie ottenuta sia granulosa ma
diritta al fine di consentire un'ottima adesione al
successivo strato di riempimento: l'intonaco civile.
Questa volta l'impasto è a base di calce spenta e sabbia
fina: la prima mano viene stesa in un senso e quella
successiva in quello opposto avendo cura di eseguire
precisi movimenti per premere bene l'intonaco ed evitare
che si crepi.
La superficie, a questo punto, è ancora ruvida e tanto
ricca di calce quanto la finitura a marmorino che si
applicherà a breve e che si compenetrerà ad essa
facendo un corpo unico. E' soprattutto in questa fase che
entrano in gioco l'abilità dell'artigiano e la sua
esperienza. Stabiliti i rapporti relativi ai componenti
dell'impasto grazie a prove e campionature, segue una
serie di operazioni di setacciatura della calce e della
polvere di marmo che vengono così miscelate con acqua;
nel caso ci fosse l'esigenza di colorare parte
dell'impasto egli si sarà preoccupato di preparare il
pigmento alcune ore prima e procederà all'aggiunta dopo
aver filtrato anche questa soluzione (colorante naturale
e acqua): le indicazioni valgono per ogni colore di
marmorino che intende ottenere. Lo spessore della pelle
di finitura può variare dal tipo di inerte che si
utilizza: normalmente si parte con il primo strato più
spesso che potrebbe essere costituito da sabbia di fiume
setacciata e polvere di marmo; lo strato successivo
potrebbe essere di sola polvere di marmo e l'ultimo di
polvere di marmo impalpabile. Tutti questi passaggi sono
fresco su fresco lavorando così a giornata proprio come
si lavora l'affresco. L'abilità dell'operatore sta anche
nella scelta degli inerti da utilizzare, come il
"coccio pesto" (mattone frantumato da colore
rossiccio) utilizzato a Venezia, che riesce a garantire
traspiratezza e idraulicità
Pazienza e scrupolosità contraddistingue lo stuccatore
abile poiché il tutto dovrà essere nuovamente
setacciato per omogeneizzare il colore nell'impasto; da
questa fase in poi si procede alla stesura di ben 3
strati di marmorino per un totale di circa 0,5 cm ,
variando ogni volta la proporzione tra gli ingredienti.
In totale saranno stati applicati 7 mani di intonaci
diversi per uno spessore di 2 cm.
STUCCHI DECORATIVI IN GESSO
cosa sono: gli stucchi decorativi in gesso sono delle
decorazioni che si applicano a pareti e soffitti per
decorare gli interni delle abitazioni. Patrimonio della
tradizione artigianale, nei secoli scorsi venivano
costruiti a mano direttamente sulle pareti. Oggi, grazie
a tecniche di produzione industriale sono realizzati
direttamente in fabbrica ed applicati poi dagli
installatori
STORIA
Larte della decorazione nasce in antichità (i
primi esempi di decorazione risalgono addirittura agli
antichi egizi) e giunge attraverso i secoli fino ai
giorni nostri. Per comprendere limportanza della
decorazione a stucco basta pensare
allepoca romana ed a quanto tecniche come il
marmorino e lintonaco con polveri di marmo fossero
già ampiamente diffuse nella decorazione di ville,
palazzi e terme. Nel barocco e nel rococò poi si assiste
alla fioritura dellartigiano stuccatore, vero e
proprio artista, che acquisisce la tradizione
(prettamente orale e quindi tramandata da padre in
figlio) e la diffonde. Lo stuccatore deve avere
competenza nelle tre arti che interessano il decoro
architettonico (la pittura, la scultura e
larchitettura) e che trovano nella decorazione a
stucco una continuità naturale elevando la figura
dellartigiano e limportanza della sua opera (
si parla infatti sempre di artigianato artistico).
Lamore, quindi, per la decorazione a stucco e
limportanza dei maestri decoratori italiani,
conosciuti in tutto il mondo, arriva ai nostri fino ai
nostri giorni. Oggi come ieri il decoro in gesso
rappresenta un arricchimento, che il gusto dei tempi
moderni vuole molto spesso anche per ambienti moderni,
dalle linee dritte, di puro design.
Si è passati quindi dalla figura dello stuccatore che
apprende la nobile arte dal padre, ad una produzione semi
industriale che unisce tradizione e tecniche
moderne, gusti classici e design. In particolare le
moderne tecnologie di produzione ed in materiali
impiegati, permetto di riprodurre i modelli direttamente
in fabbrica. Parte del lavoro quindi trova spazio nei
laboratori: lo stuccatore non è più costretto a
lavorare solo in cantiere ma, grazie a processi di
produzione innovativi, partendo dal prototipo, riesce a
realizzare cornici e stucchi di alta qualità pronti ad
essere installati.
Il gesso è derivato dalla selenite, roccia estratta in
cave ricche di solfato di calcio, è ottenuto attraverso
un processo di cottura, a temperatura variabile, durante
il quale il minerale una volta disidratato si polverizza.
Di colore bianco, il gesso, una volta aggiunto
allacqua si trasforma in una massa compatta grazie
al processo di reidratazione, adattandosi ai calchi.
Terminata quindi la fase di tiratura, ovvero
asciugamento, i prodotti in gesso possono essere
utilizzati per la decorazione dinterni sia in
ambienti classici che moderni. Il gesso viene anche detto
scagliola, ad indicare la qualità più alta del gesso e
particolarmente selezionata.
TECNICHE
DI PULITURA: meccanica e chimica.
PULITURA MECCANICA:
Pulitura con acqua ad alta pressione.
Idrosabbiatura.
Sabbiatura.
Minisabbiatura.
Microsabbiatura.
Microscalpelli, bisturi, specilli
Pulitura chimica:Soluzioni acquose ad azione solvente
pure o addittivate con addensanti, detergenti,
tensioattivi, soluzioni enzimatiche, saliva artificiale,
resine a scambio ionico.
PULITURA CON ACQUA AD ALTA PRESSIONE
Questo metodo sfrutta la forza meccanica
dellimpatto dellacqua che viene spruzzata con
pressione che può arrivare anche alle venti atmosfere.
PULITURA MEDIANTE IDROSABBIATURA
Si tratta di una tecnica in certi casi meno distruttiva.
Utile per eliminare vecchi intonaci o pellicole
acriliche, magari dopo lapplicazione di prodotti
chimici atti ad ottenerne un ammorbidimento.
Consiste nel mescolare al getto dacqua sabbia di
varia granulometria. In questo caso oltre alla forza
dellimpatto dellacqua, viene sfruttato anche
il potere abrasivo della sabbia.
SABBIATURA
Con questo termine generico viene indicata una
metodologia che consiste nello spruzzare del materiale
solitamente lapideo sulla superficie da pulire. Le
variabili che determinano il risultato finale sono
molteplici; vanno dalla pressione usata, alla dimensione
dellugello, al tipo di inerte che può essere
sabbia siliceo o quarzifera, o un inerte vegetale (farina
di mais, noccioli di drupacrr macinati
), alla
granulometria dellinerte stesso, e, addirittura
allo stesso modus operandi (distanza dellugello
dalla superficie trattata, direzione dellimpatto e
durata dello stesso). La sabbiatura, quindi, può dare
risultati sorprendentemente validi, come estremamente
distruttivi a seconda di come viene applicata..
MINISABBIATURA
Si tratta di una sabbiatura più soft essendo praticata a
pressioni notevolmente inferiori (da 0,5 a 4 atmosfere
come pressione di uscita dal compressore, che viene
ulteriormente abbassata dalla dimensione dellugello
dellaria interno alla pistola di miscelazione).
Aria e sabbia vengono miscelate anziché nella
sabbiatrice, direttamente nella pistola,
nella quale laria pesca linerte sfruttando il
principio di Venturi. Anche in questa metodologia è
possibile disporre di svariati tipi di inerti quali
sabbie di varia natura e granulometria, farine vegetali
quali il tutolo (corpo spugnoso interno alle pannocchie
di mais), ossido dalluminio, pomice, sferette di
vetro piene o cave. La granulometria può arrivare agli
80 120 micron.
MICROSABBIATURA
Stessa metodologia della minisabbiatura, ma ancora più
precisa ed accurata. La pistola si riduce alle dimensioni
di una matita, e la pressione diventa minima. Viene usata
per interventi estremamente delicati.
SABBIATURA COL SISTEMA JOSS
Si tratta di una delle molteplici varianti della
sabbiatura. Linerte, anziché essere sparato
perpendicolarmente rispetto alla superficie da trattare,
viene costretto ad un moto circolare e, quindi, diagonale
rispetto alla superficie, così da rendere limpatto
meno abrasivo.
BISTURI
In certi casi ò possibile intervenire con bisturi,
microscalpelli, microfrese da dentista, come
nellesempio .
PULITURA CHIMICA
Bisogna tener conto che qualunque azione di pulitura
rappresenta per il materiale lapideo un trauma. Gli
sforzi della ricerca in questo settore, da anni sono
finalizzati allo scopo di trovare soluzioni sempre più
rispettose nei confronti dei materiali sui quali si
interviene, che, ovviamente, si trovano sempre in
condizioni più o meno precarie.
La constatazione che lazione di sostanze chimiche
deboli, prolungata nel tempo, risulta meno dannosa di
quella prodotta dalle stesse sostanze più concentrate,
anche se di breve durata, ha spinto alla creazione di
miscele deboli mescolate a paste tixotropiche o ad
addensanti atti ad agevolarne la stesura
sullOggetto e a rallentare levaporazione dei
principi attivi.
Molto usata è la AB57. Si tratta di una pasta composta
da bicarbonato di sodio, bicarbonato di ammonio, desogen,
carbossilmetilcellulosa, acqua deionizzata.. Spesso, se
non si agisce su pietre carbonatiche, viene aggiunto
EDTA. Lazione di questa pappetta è molto lento e
varia a seconda del tipo di sporco. Per rallentarne
lessicazione è possibile ricoprire limpacco
con fogli di polietilene. Quando lazione di
pulitura è completata, il prodotto viene eliminato
mediante spazzolatura e lavaggio con acqua deionizzata.
Impacchi del genere possono essere realizzati con
svariate sostanze quali tensioattivi, esametafosfato di
sodio, bifluoruro di sodio e di ammonio
PULITURA CON ARGILLE ASSORBENTI
Questa tecnica consiste nello sfruttare il potere
assorbente di alcune sostanze quali bentonite, sepiolite,
attapulgite, che vengono mescolate con acqua deionizzata
fino a formare una pasta che viene applicata
sullOggetto, viene coperta con teli di garza e,
infine, con fogli di polietilene per rallentarne
lessicazione. Essendo i tempi di estrazione molto
lunghi, si provvederà ciclicamente al reintegro
dellacqua evaporata. Ad essiccazione avvenuta, le
croste argillose tenderanno a staccarsi. Nel caso non
fosse sufficiente un unico intervento, occorrerà
ripetere tale operazione sino a che la pulitura non abbia
raggiunto risultati soddisfacenti. Tale metodologia può
essere applicata soltanto su pietre compatte e poco
assorbenti.
IMPACCO BIOLOGICO
Questa metodologia, simile nella prassi, alla precedente,
si basa, oltre che sul potere assorbente
dellargilla, sullattività biologica di
alcuni batteri che vengono aggiunti alla stessa mediante
una soluzione di glicerina ed urea. Il tempo di
applicazione è di almeno un mese.
ACQUA NEBULIZZATA
Basata sullo sfruttamento del potere solvente
dellacqua, questa metodologia consiste nel
diminuirne la quantità usata, e quindi
lassorbimento da parte delloggetto,
aumentandone il più possibile la superficie. Ciò si
ottiene mediante nebulizzatori che vengono posti ad una
certa distanza dalla superficie da trattare, così che il
getto nebulizzata la colpisca in fase discendente. Tale
azione, come, daltronde, tutte le puliture
chimiche, dovrà essere integrata da una spazzolatura con
saggina.
OPERE IN PIETRA
OPERAZIONI PRELIMINARI
Rimozione depositi superficiali incoerenti a secco con
spazzole, pennellesse e aspiratori
Rimozione di depositi superficiali parzialmente aderenti
con acqua, spruzzatori, pennelli , spazzole e spugne.
PRECONSOLIDAMENTO
Applicazione fino a rifiuto di silicato di etile o resina
acrilica in soluzione, per mezzo di pennelli, siringhe,
pipette.
OPERAZIONI DI DISINFESTAZIONE E DISINFEZIONE
Disinfestazione e disinfezione mediante applicazione di
biocidi e rimozione manuale della vegetazione superiore.
Lapplicazione del biocidi viene eseguita con
pennelli, spruzzino e siringhe.
OPERAZIONI DI PULITURA
Rimozione di depositi superficiali coerenti, concrezioni,
incrostazioni e macchie solubili mediante irrorazione con
acqua: nebulizzazione , atomizzazione, idropulitrice.
Rimozione mediante impacchi imbevuti di soluzioni di sali
inorganici, carbonato e bicarbonato dammonio, AB57.
Rimozione mediante impacchi con solventi organici.
Rimozione meccanica di depositi molto aderenti con
bisturi, con martello e scalpello o vibroincisore, con
scalpellino pneumatico, con microtrapano , con
microsabbiatrice.
OPERAZIONI DI RIMOZIONE STUCCATURE ED ELEMENTI NON IDONEI
Rimozione meccanica di stuccature con martello e
scalpello, con microincisore, vibroscalpello.
Rimozione di elementi metallici con medesimi strumenti.
Trattamento per larresto dellossidazione e
per la protezione di elementi metallici mediante stesura
di prodotto adeguato.
OPERAZIONI DI DISTACCO E RIADESIONE DI FRAMMENTI, PARTI
PERICOLANTI O CADUTE
Distacco meccanico.
Riadesione mediante incollaggio con resine poliestere o
acriliche bicomponenti. Inserzione di perni in acciaio
inox o teflon ed inserzione di resina.
OPERAZIONI DI STUCCATURA, MICROSTUCCATURA E
RICOSTRUZIONI. Preparazione della malta di calce e
polvere di marmo.
Stesura della malta con spatole doppia foglia in acciaio.
Tamponatura delle sigillature mediante spugnatura con
acqua per rimuoverne leccesso.
OPERAZIONI DI CONSOLIDAMENTO E PROTEZIONE FINALE.
Applicazione fino a rifiuto di resine acriliche o
siliconiche in soluzione, per mezzo di pennelli,
siringhe, pipette.
DIPINTI MURALI ED INTONACI
OPERAZIONI DI PULITURA.
Rimozione depositi superficiali incoerenti a secco con
spazzole, pennellesse e aspiratori.
Rimozione di depositi superficiali parzialmente coerenti
a mezzo di spugne sintetiche o pani di gomma.
Rimozione di depositi superficiali parzialmente aderenti
con acqua, pennelli, spugme e spazzole.
OPERAZIONI DI CONSOLIDAMENTO.
Ristabilimento della coesione della pellicola pittorica
mediante applicazione di prodotto consolidante a pennello
con carta giapponese fino al rifiuto.
Ristabilimento delladesione tra supporto murario ed
intonaco mediante iniezione di adesivi riempitivi quali
malta idraulica, malta idraulica premiscelata per
intonaci, malta idraulica premiscelata per affreschi,
malta premiscelata a basso peso specifico per volte,
resina acrilica in emulsione caricata con silice
micronizzata.
Ristabilimento delladesione tra supporto murario ed
intonaco mediante iniezioni di adesivi riempitivi e
puntellatura provvisoria.
OPERAZIONI DI DISINFEZIONE O DISINFESTAZIONE.
Disinfestazione e disinfezione mediante applicazione di
biocidi e rimozione manuale della vegetazione superiore.
Lapplicazione del biocida viene eseguita con
pennelli, spruzzino e siringhe.
OPERAZIONI DI PULITURA.
Rimozione meccanica e manuale di scialbi, incrostazioni,
ridipinture o strati aderenti alla pellicola pittorica
con bisturi.
Rimozione di depositi superficiali parzialmente coerenti
mediante impacchi di polpa di cellulosa imbevuta con
miscela di sali organici miscela di carbonato di ammonio
in soluzione satura.
Rimozione di sostanze quali olii, vernici, cere, mediante
applicazione di solventi.
Risciacquo con acqua.
OPERAZIONI DI STUCCATURA E REINTEGRAZIONE.
Stuccatura sottolivello di lacune di intonaco con malta
di calce e polveri di marmo mediante stesura con spatole
a doppia foglia in acciaio o cazzuolini. Pulitura dei
bordi con spugna ed acqua.
Velatura con acquarelli e pigmenti naturali mediante
pennelli per ristabilire la lettura cromatica.
OPERAZIONI DI PROTEZIONE FINALE.
Stesura di resina acrilica in soluzione a bassa
percentuale mediante pennelli.
OPERE IN STUCCO
OPERAZIONI PRELIMINARI.
Rimozione di depositi superficiali incoerenti a secco con
pennellesse, spazzole e aspiratori.
Rimozione di depositi superficiali parzialmente aderenti,
con acqua, pennelli, spazzole, spugne e spruzzatori
manuali.
Ristabilimento parziale delladesione e della
coesione della pellicola pittorica o della doratura con
resine acriliche applicate a pennello con carta
giapponese o per nebulizzazione.
Ristabilimento parziale della coesione degli intonaci
mediante impregnazione per mezzo di pennelli, siringhe e
pipette, con silicato di etile o con resina acrilica in
soluzione.
Stuccatura e microstuccatura temporanea con malta.
OPERAZIONI DI CONSOLIDAMENTO.
Ristabilimento della coesione della pellicola pittorica o
della doratura mediante resina acrilica in soluzione o in
emulsione.
Ristabilimento della coesione degli intonaci mediante
impregnazione per mezzo di pennelli, siringhe e pipette
con silicato di etile o resina acrilica in soluzione.
Ristabilimento della coesione degli intonaci mediante
impregnazione ad impacco con silicato di etile o resina
acrilica.
Ristabilimento delladesione tra supporto murario e
intonaci mediante iniezione di adesivi e riempitivo perni
di sostegno in teflon o in fibre di polipropilene.
OPERAZIONI DI DISINFESTAZIONE E DISINFEZIONE.
Disinfestazione mediante applicazione di biocidi a
pennello, a spruzzo o con siringhe e rimozione manuale
della vegetazione superiore.
Decolorazione dei residui di colonie di microrganismi con
applicazioni ad impacco o a pennello.
OPERAZIONI DI PULITURA.
Rimozione di depositi superficiali incoerenti o
parzialmente aderenti, a secco per mezzo di pennelli,
spazzole, aspirapolvere, spugne o gomme.
Rimozione di depositi superficiali coerenti, concrezioni,
incrostazioni e macchie solubili, mediante :irrorazione
di acqua atomizzata, soluzioni di sali inorganici.
Rimozione e assorbimento di ossidi di ferro, di rame,etc.
ed estrazione di macchie solubili mediante applicazione
di sostanze complessati a tampone o a pennello e
compresse assorbenti.
Rimozione di depositi di notevole spessore mediante
scialbature con bisturi o impiego di microsabbiatrice.
OPERAZIONI DI STUCCATURA , MICROSTUCCATURA E
INTEGRAZIONI.
Stuccatura sottolivello di lacune di intonaco con malta
di calce e polveri di marmo mediante stesura con spatole
a doppia foglia in acciaio o cazzuolini. Pulitura dei
bordi con spugna ed acqua.
Reintegrazione pittorica di lacune, abrasioni o
discontinuità cromatiche degli strati di finitura al
fine di restituire unità di lettura allopera.
Ripristino della doratura in presenza di cadute o
abrasioni.
OPERAZIONI DI PROTEZIONE SUPERFICIALE.
Stesura di resina acrilica in soluzione a bassa
percentuale mediante pennelli.
LE MALTE CON GESSO E/O CALCE E POLVERE DI MARMO PER
INTONACI E STUCCHI
Gli impasti costitutivi dello stucco per decorazioni
plastiche ed intonaci, desunti dalle fonti, possono
essere ricondotti a quattro impasti principali:
1) impasto a base di gesso cotto, acqua con eventuale
aggiunta di additivi (leganti organici e cariche di vario
tipo);
2) impasto a base di calce, polvere di marmo (o di
travertino), più raramente sabbia;
3) impasto a base di calce, gesso cotto (con o senza
inerti) con eventuale aggiunta di additivi
4) impasto a base di gesso cotto (e più raramente gesso
crudo), acqua e leganti proteici (colla animale).
È necessario osservare che il gesso di cui parlano le
fonti, anche se non specificato, è da ritenersi nella
forma emidrata (gesso cotto o gesso per modellatori),
ottenuto dalla cottura a 128° circa del solfato di
calcio biidrato (gesso crudo).
Dalla cottura del gesso crudo dipendono le
caratteristiche dell'impasto, e proprio in questa fase,
per molti autori tra cui ad esempio Rondelet, erano da
ricercarsi i presunti segreti degli stuccatori più
abili. Infatti, variando opportunamente la temperatura e
la durata della cottura, si poteva ottenere
l'eliminazione totale o parziale dell'acqua di
cristallizzazione contenuta nel minerale, creando dei
gessi in grado di riassorbire quantità di acqua diverse
in fase di lavorazione, e quindi composti con una presa
più lenta o più rapida, e con una resistenza meccanica
diversa. Per la realizzazione di lavori particolarmente
raffinati si sceglievano le pietre migliori e più
bianche. Secondo Jean Rondelet, era necessario che lo
stesso stuccatore facesse cuocere i pezzi di gesso giunti
in cantiere dalla cava, per controllarne costantemente il
grado di cottura.
Per la dosatura degli ingredienti, soprattutto per la
miscelazione con l'acqua, generalmente le fonti
raccomandano di affidarsi all'esperienza degli
stuccatori, soprattutto dei garzoni che nel cantiere
avevano il compito di preparare gli impasti, ed erano
quindi in grado di riconoscere il giusto
"grado" di fluidità dello stucco Nel caso di
impasti a base solo di gesso generalmente si consigliava
un rapporto in volume di 1:1. Nel caso invece di impasti
contenenti leganti diversi, la proporzione degli
ingredienti variava a seconda della successione degli
strati. Per gli strati di preparazione era maggiore la
quantità di gesso rispetto a quella della calce e della
sabbia, mentre per gli strati di finitura, nei quali
molto spesso si escludeva l'uso del gesso,si
consigliavano impasti di calce e polvere di marmo in
proporzioni uguali.
DECORAZIONI PLASTICHE.
L'elemento che maggiormente caratterizza le ricette
riguardanti gli impasti per decorazioni plastiche è la
ricerca di additivi e procedimenti in grado di accelerare
la presa e, nello stesso tempo, ritardare l'indurimento
dei composti influendo su tali processi si volevano
ottenere malte modellabili a lungo, ma che facessero
presa con una velocità sufficiente per non cadere o
deformarsi, una volta poste in opera, sotto il loro
stesso peso.
Particolarmente interessanti sono, a questo proposito,
gli ingredienti riportati da Francesco di Giorgio Martini
e da Pietro Cataneo. Entrambi parlano di un composto a
base di gesso cotto, calce di marmo (o polvere dello
stesso), polvere di pomice e zolfo, da stemperare in un
decotto di bucce di olmo, fieno e cime di malva (1),
infusione che presumibilmente per il suo abbondante
contenuto di amido, tannino (2) e zucchero, e quindi per
il suo potere irrigidente e astringente, avrebbe
incrementato la lavorabilità dell'impasto sia nella fase
di indurimento sia una volta asciutto (3). Tale
caratteristica era probabilmente enfatizzata dalla
presenza della polvere di pietra pomice. La pomice,
infatti, ha una struttura spugnosa globulare a cavità
chiuse che trattengono a lungo l'umidità, permettendo
alla malta di asciugarsi più lentamente.
Sempre allo scopo di ritardare il tempo di presa e
rendere il composto più adesivo e resistente, molti
autori consigliano impasti a base di gesso cotto e colle
animali. Nei composti a base di solfato di calcio
emidrato, infatti, l'uso di leganti proteici ha la
funzione di renderlo malleabile più a lungo (4). La
colla infatti inibisce la formazione dei germi di
cristallizzazione e diminuisce la solubilità del gesso,
permettendo di ridurre l'acqua d'impasto, aumenta anche
la durezza del prodotto finale. Francesco Griselini, a
questo scopo, raccomandava di unire al gesso acqua calda
contenente colla di
Fiandra (5) e colla di pesce (6) (o colla arabica).
Un altro concetto spesso ribadito dalle fonti è la
difficoltà di conservazione dei manufatti contenenti
gesso, in
particolare la loro scarsa resistenza all'umidità, che
si cercava di incrementare con l'aggiunta nell'impasto di
polvere di mattone pesto o pozzolana, e con applicazioni
sul manufatto asciutto di latte di calce, latte,
caseinato di calcio (7), oli e acqua di colla, tutte
sostanze in grado di collegare più tenacemente i
cristalli del solfato di calcio.
Per le decorazioni esterne in generale sono sconsigliati
gli impasti a base di gesso, che vengono sostituiti da
quelli a base di calce e sabbia di cui si incrementava
l'idraulicità con ingredienti particolari, come ad
esempio tegole peste, "scorie di ferro e tartaro di
vino" (8) (Rondelet).b) Intonaci comuni. Per la
realizzazione degli intonaci con malte a base di gesso
e/o calce e
polvere di marmo si utilizzavano sostanzialmente gli
stessi impasti utilizzati per le decorazioni plastiche,
la differenza non era negli ingredienti, ma nella
maggiore o minore liquidità del composto.
INTONACI CON GESSO.
Prima della fine del Settecento, in Italia, gli intonaci
a base di gesso non sembrano molto diffusi, circostanza
che sembra confermata dal fatto che la maggior parte
delle indicazioni riportate nei manuali italiani del
periodo venivano riprese direttamente dai manuali
francesi, o ricavate dalle traduzioni di questi ultimi in
italiano.
Antonio Cantalupi, che ricava le proprie indicazioni dal
testo di Claudel e Laroque, consiglia di impiegare
intonaci a base di gesso stemperato nell'acqua per
realizzare rinzaffi aventi la funzione di rendere la
superficie muraria regolare prima di applicarvi
l'arricciatura, anch'essa in malta di gesso. Sempre lo
stesso autore descrive un intonaco per superfici lignee
chiamato "lattata", realizzato con gesso
diluito in molta acqua e applicato con la cazzuola.
INTONACI CON POLVERE DI MARMO. La polvere di marmo,
essendo costituita prevalentemente da carbonato di calce,
svolge negli intonaci realizzati con malta di calce due
funzioni: rallentare la carbonatazione, e di conseguenza
i tempi di presa ed indurimento dell'impasto,
migliorandone la stabilità, e aumentare la naturale
plasticità dell'impasto.
Vitruvio consigliava la stesura di tre strati di malta
contenente calce e polvere di marmo, a completamento
della superficie muraria. Leon Battista Alberti, invece,
prescrive la malta con polvere di marmo come ultimo
strato che doveva essere battuto e lisciato (9) con la
cazzuola.In generale tutte le ricette per l'intonaco con
polvere di marmo prevedevano, nella dosatura degli
ingredienti, un aumento della quantità di legante nello
strato più esterno, probabilmente per questo motivo i
rivestimenti realizzati con tale tecnica presentano una
crettatura della superficie esterna.
INTONACI A FINTO MARMO.
La colorazione dello stucco mediante pigmenti costituisce
l'elemento caratterizzante della tecnica dei rivestimenti
a imitazione del marmo. La colorazione poteva avvenire
nell'impasto oppure con l'applicazione dei colori sulla
superficie già realizzata.
Le fonti esaminate dedicano grande spazio soprattutto
alla descrizione degli stucchi coloranti nella fase di
amalgama. L'impasto per tale tipo di stucchi era formato
da scagliola (chiamata anche mischia), ossia un impasto
di gesso cotto con una soluzione di colla animale,
mescolato a pigmenti e ad eventuali additivi. Le colle
consigliate dalle fonti sono generalmente due: la colla
di Fiandra e la colla di pesce. Per entrambe si
raccomanda di non usarle né troppo forti né troppo
deboli, perché nel primo caso avrebbero allontanato
troppo le particelle del gesso impedendo la formazione di
un corpo compatto, e nel secondo non le "riunisce
abbastanza". In ogni caso è sempre l'esperienza o,
come afferma Rondelet, "l'uso quello che fa
conoscere il grado che conviene ad ogni specie di
gesso"; e in ciò consisterebbe, secondo l'Autore,
il preteso segreto di ogni stuccatore.
INTONACIO A "STUCCO LUCIDO". Gli impasti per
gli intonaci a "stucco lucido" sono gli stessi
dello stucco a imitazione del marmo e del marmorino,
cambiano soltanto le metodologie esecutive e alcune
finiture superficiali atte a rendere la lucentezza del
marmo oltre che imitarne le venature.
LAVORAZIONE DEGLI IMPASTI
Le caratteristiche tecniche e in particolare la velocità
di indurimento degli impasti a base di gesso, a parità
di altri fattori, vengono ricondotte dalle fonti al grado
di finezza del materiale.
Dopo la fase di cottura, quella considerata più
importante, era la fase di macinazione e setacciatura del
gesso, operata con strumenti diversi a seconda della
granulometria desiderata. Generalmente si consigliava
l'utilizzo di una lastra di marmo di un mortaio di
metallo per la macinazione e di un setaccio di seta per
ottenere, come afferma Vincenzo Scamozzi, una polvere
dalla consistenza simile a quella della farina.
La lavorazione degli impasti a base di gesso doveva
essere breve e molto rapida, perché una volta induriti
divenivano inutilizzabili. L'indicazione più
dettagliata, a questo proposito, è fornita dal Rondelet,
il quale consiglia di eseguire l'impastodella malta di
calce e sabbia fina con l'acqua su di una
"tavoletta", una specie di vassoio che lo
stuccatore doveva tenere in mano. Su questa tavoletta
l'operatore doveva disporre la malta come "una
specie di bacino" nel quale seminare il gesso, in
quantità tale da assorbire tutta l'acqua eccedente e
ottenere una pasta uniforme immediatamente utilizzabile.
Le altre indicazioni prescrivono l'uso di
"bacini" o "mastelli" da porsi vicino
all'operatore, nei quali aggiungere alla malta già
preparata il gesso necessario, oppure contenenti l'acqua
in cui seminarlo a poco a poco. L'impasto doveva essere
mescolato fino a quando, preso con la cazzuola, vi
rimaneva attaccato per uno strato, come afferma Antonio
Cantalupi di almeno due millimetri.
INTONACI A FINTO MARMO COLORATI IN PASTA.
Le indicazioni per la lavorazione degli impasti a
imitazione del marmo colorati"in pasta" sono
sostanzialmente d due tipi. Il primo, descritto tra gli
altri da Francesco Griselini, consisteva nello stemperare
i colori (sotto forma di pigmenti minerali) del marmo che
si voleva imitare in alcuni vasi di vetro, contenenti una
soluzione di acqua e colla calda alla quale si aggiungeva
un quantità di gesso sufficiente a formare un impasto
"consistente". Con questo impasto si
realizzavano delle "focacce" (ovvero pallottole
schiacciate che venivano disposte una sopra all'altra,
mettendone una quantità maggiore di quelle del colore
dominante nel marmo.
Il secondo procedimento è descritto in modo molto
dettagliato da Jean Rondelet, che riporta le indicazioni
dei fratelli Albertolli, e dal Breyman. Tale procedimento
prevedeva la formazione di piccoli impasti con la polvere
di gesso finemente macinata e setacciata, e la colla di
Fiandra diluita, a cui si aggiungevano pigmenti per
affresco del colore del marmo da imitare. Con questa
pasta colorata si formavano delle "pallottole",
più grosse quelle del colore di fondo e più piccole le
altre,
che si ordinavano per tonalità di colore. Alcune di
queste pallottole venivano inoltre macchiate con la
"salsa", un impasto formato ancora da gesso e
acqua di colla, che serviva per ottenere delle
"striature" (più chiare o più scure) simili
alle venature del marmo.
TECNICHE DI APPLICAZIONE E FINITURA
Le decorazioni plastiche in stucco potevano essere
eseguite in opera o fuori opera, oppure avvalersi di
entrambe le tecniche contemporaneamente.Lo stucco
realizzato in opera era il risultato di operazioni di
modellazione dell'impasto fresco eseguite direttamente
sul manufatto. Lo stucco realizzato fuori opera, invece,
poteva essere ottenuto in due modi differenti. Il primo
prevedeva la realizzazione delle singole parti, non
direttamente sul supporto murario, ma sul banco del
cantiere.
Mentre il secondo si avvaleva di stampi che permettevano
la realizzazione delle parti di una decorazione anche
fuori dal cantiere, tramite la colatura dello stucco in
apposite forme. La differenza dei due metodi denunciata
dalle fonti è la rapidità ed economicità delle
decorazioni prodotte con il secondo sistema e nella
abilità richiesta, invece, per quelli realizzati con
ilprimo.
DECORAZIONI PLASTICHE ESEGUITE IN OPERA
-Armature. Data la particolare consistenza degli impasti
per decorazioni plastiche, duttili ma dalla presa non
istantanea,durante la loro applicazione poteva accadere
che si deformassero o aderissero imperfettamente al
supporto su cui dovevanoessere applicati, evenienza tanto
più probabile quanto maggiore era lo spessore di malta
utilizzato. Per spessori ridotti si riteneva sufficiente
la semplice aggiunta di cariche organiche costituite da
fibre vegetali (generalmente paglia triturata) o animali
(peli o crine), oppure leganti proteici come le colle di
pesce o di ritagli di pelle.
-Le fibre vegetali, in particolare, oltre a fornire uno
scheletro di supporto erano in grado di ritardare
l'indurimento perché, assorbendo acqua in fase di
impasto, mantengano il composto più a lungo umido.
Questa osservazione è confermata da una indicazione
riportata da Leon Battista Alberti che prevedeva
l'aggiunta di "minutissimi pezzi di cordami
stravecchi" per ottenere un intonaco in grado di
asciugarsi molto lentamente. Per rilievi molto aggettanti
come capitelli, festoni e modanature, si rendeva invece
necessaria la messa in opera di vere eproprie armature di
sostegno. Bisognava cioè predisporre sul supporto
murario delle strutture in aggetto, realizzate con
mattoni o con altri materiali, che seguissero l'andamento
del rilievo consentendo di diminuire la malta necessaria
e quindi lo spessore dello stucco.
ARMATURA
DI SUPPORTO
Per la realizzazione di cornici e modanature, intorno a
volte, porte e finestre, le fonti riportano due tecniche
di realizzazione delle armature di supporto:
1) nel primo caso la struttura di appoggio era realizzata
modellando direttamente la superficie muraria, se questa
era costituita di pietre "dolci" (tufo o
mattoni), come indicato da Giorgio Vasari.
2) nel secondo caso, invece, si ricorreva alla
costruzione di uno scheletro mattoni o di tufo, o di
altra pietra facilmentelavorabile, che veniva modellata
murata durante la realizzazione del supporto murario,
come descritto da P. Cataneo e da Francesco De Cesare.
Quest'ultimo in particolare afferma che per i
"grandi sporti" si utilizzavano dei lunghi
prismi che i muratori chiamavano "spaccatoni" o
anche dei pezzi di "lastrico", cioè dei pezzi
di pavimentazioni tagliati e inseriti nella
muratura; questa variante non compare in altri testi ed
è quindi da ritenere una tecnica caratteristica
dell'area napoletana da cui il testo proviene.
ARMATURE PER DECORAZIONI COMPLESSE.
Quando però le decorazioni in stucco erano formalmente
più complesse, come nel caso di capitelli, trofei o
figure modellate ad altorilievo, si fissavano alla parete
chiodi e grappe più o meno grandi in proporzione a
quanto le decorazioni dovevano sporgere dal supporto
murario, e tra questi si muravano dei piccoli pezzi di
mattone o tufo, come indicano Vasari e Cataneo, e come
riporta, tra gli altri, nell'ottocento Giovanni Curioni,
a testimonianza di una tecnica rimasta per molti secoli
sostanzialmente immutata.
MODELLAZIONE DELLE CORNICI.
Sul supporto, adeguatamente preparato, l'impasto veniva
steso in più strati, come descritto da Pirro Ligorio,
ruvido e "granelloso" il primo, sul quale
veniva abbozzata con spatole di varia misura la forma,
più fine e malleabile il secondo per consentire una
modellazione precisa e accurata. Questa modellazione
avveniva quando l'impasto era ancora "fresco",
con l'impiego di sagome che riproducevano la cornice in
negativo. In particolare, secondo Rondelet, di sagome o
"calibri" ne occorrevano due: uno più piccolo
per l'abbozzo, e uno delle dimensioni reali della
decorazione finita.
Nelle fonti ottocentesche i modani in legno vengono
descritti e rappresentati muniti di una sottile lastra di
ferro tagliata a seguire le curve della modanatura, per
ottenere delle superfici più nette. Si suggerisce
inoltre di utilizzare queste sagome con il supporto di
una piccola impalcatura composta da un carrello,
generalmente in legno, che funzionava da sostegno per la
lamina e da guida per l'operatore. Per evitare ogni
minima oscillazione e mantenere la forma perpendicolare
alla superficie, questo carrello era tenuto in posizione
da guide di legno (o staggie, come le definisce il
Breyman) fissate alla parete.
DECORAZIONI PLASTICHE ESEGUITE FUORI OPERA
Nei casi in cui non si potevano usare le sagome nel modo
descritto, G.A. Breyman consiglia di ricorrere alla
realizzazione delle cornici fuori opera, modellandole in
lunghi pezzi continui sul banco e applicandole alla
parete con una malta uguale a quella di cui erano
composte.
Lo stucco fuori opera poteva essere realizzato anche con
stampi che riproducevano la decorazione in negativo.
Questi stampi potevano essere in gesso o in legno e più
raramente in terra cotta. Solo Cennino Cennini parla di
uno stampo molto particolare, realizzato con una lastra
di stagno "improntata", con un martello di
salice, su di un modello in pietra ricoperto con lardo e
sugna e successivamente riempito con un impasto di gesso
e colla.
DECORAZIONI PLASTICHE ESEGUITE IN OPERA CON STAMPI
A metà tra la realizzazione in opera e quella fuori
opera si colloca la tecnica descritta da Pietro Cataneo,
Giorgio Vasari e Antonio Cantalupi. Le ricette riportate
da Pietro Cataneo e alcuni secoli dopo da Antonio
Cantalupi si riferiscono a una modellazione dello stucco
realizzata tramite forme ottenute da essenze
particolarmente dure (pero, melo o bosso), intagliate in
negativo, cosparse con polvere di marmo e applicate sullo
stucco ancora plastico. Battendole con un martello,
queste
matrici davano all'impasto la forma voluta.
La tecnica descritta da Giorgio Vasari e adottata,
secondo l'Autore, da Donato Bramante nella realizzazione
delle decorazioni della basilica di San Pietro a Roma
prevedeva la realizzazione delle decorazioni avvalendosi
di grandi forme in terracotta. In queste forme,
assicurate alle impalcature tramite armature in legno,
veniva colata la malta di calce. Le decorazioni, quindi,
venivano realizzate contemporaneamente al manufatto, ed
in particolare alle volte, ma non richiedevano la
modellazione manuale di ogni singolo pezzo. Finitura
superficiale, coloritura e doratura Una volta asciutte,
le decorazioni venivano rifinite a secco mediante l'uso
di raschiatoi, pezze di lino e pietra pomice. Molto
interessanti sono, a questo proposito, le indicazioni
riportate da Francesco Griselini per rifinire una
decorazione realizzata con un impasto di gesso e colla
tramite un lungo processo di pulitura con pietre di
consistenza diversa. La prima pulitura avveniva con una
pietra dalla grana più sottile della selce e, in
mancanza di questa, con pietra pomice. Terminata questa
prima fase, si proseguiva la rifinitura con delle pezze
di lino bagnate, su cui si applicava come abrasivo della
creta o della polvere di una pietra bianca di origine
calcarea, chiamata Tripoli, oppure una polvere di legno
di salice carbonizzato. Infine, per lucidare l'opera
terminata, suggeriva di sfregarla con un pezzo di
cappello, quindi presumibilmente feltro, imbevuto di
olio.
Nel testo curato da Raffaele Pareto, in particolare, si
indica come olio da utilizzare quello d'oliva; questa
indicazione sembrerebbe anomala, in quanto l'olio d'oliva
non è un olio siccativo e quindi non si asciuga mai, ma
non si può escludere che fosse consigliato proprio per
l'effetto "unto" e lucido che conferiva alle
opere.
Molto spesso, oltre alla semplice finitura atta a
conferire allo stucco un aspetto liscio e molto uniforme,
si consigliava di rifinire le decorazioni, quando erano
quasi completamente asciutte, levigandole in alcune parti
più che in altre per creare zone con una diversa
capacità di riflessione della luce e, quindi, un
apparente diversa tonalità di bianco.
Le decorazioni a stucco potevano, inoltre, essere
colorate e dorate. Giorgio Vasari descrive (10) le
grottesche come decorazioni in parte dipinte e in parte a
rilievo che potevano essere colorate sia al momento
dell'impasto sia dopo il loro indurimento, con colori ad
acquerello o ad affresco.
Per la doratura, invece, si utilizzavano sottili lamine
di oro battuto. La superficie veniva preparata con la
stesura del bolo, che poteva essere rosso, giallo o verde
a seconda del risultato che si voleva ottenere, e quindi
ricoperta con foglie d'oro.
INTONACI COMUNI
La stesura dell'intonaco con gesso richiedeva una
notevole abilità da parte dell'operatore, che doveva
applicare con molta prontezza un composto piuttosto
liquido e vischioso, in modo uniforme e senza farlo
cadere a terra.
Per eseguire il rinzaffo in gesso, se il muro era nuovo
il muratore non aveva che da bagnare la superficie su cui
applicarlo; se si trattava invece di una vecchia
muratura, doveva prima togliere l'intonaco esistente e
poi ripulire perfettamente la superficie.
Preparato l'impasto della consistenza voluta
(generalmente per gli intonaci le fonti raccomandano
composti non troppo densi), l'operatore gettava con la
cazzuola alcune porzioni di malta sulla parete e ne
eseguiva lo spianamento facendo scorrere il lato
tagliente della stessa "leggermente", per
rendere la superficie scabra e permettere una migliore
aderenza degli strati successivi.
Con le malte di gesso si realizzavano anche, come afferma
Antonio Cantalupi, due tipi di arricciature: una
semplice, applicata direttamente sulla muratura, ed una
destinata a coprire il rinzaffo.
L'applicazione avveniva in modo analogo. L'operatore
doveva innanzi tutto assicurarsi che il rinzaffo fosse
ben spianato e privo di irregolarità passandovi sopra il
lato "dentato" dello sparviere. Terminata
questa fase preliminare, applicava uno strato di malta
facendo scorrere lo sparviere in tutte le direzioni. Gli
strati successivi venivano applicati in fasce verticali
ed orizzontali fino all'esaurimento della malta. Ultimata
la stesura, l'operatore ripassava a secco, prima con il
lato dentato e poi con quello tagliente dello stesso
strumento, tutto l'intonaco, per lisciare e raddrizzare
la superficie. Le fonti raccomandano, infine, un metodo
per l'applicazione dell'intonaco a base di gesso e acqua
molto liquido sulle pareti in legno. Questo procedimento
prevedeva l'uso di una piccola scopa formata da
ramoscelli essiccati. Antonio Cantalupi specifica di
utilizzare ramoscelli di betulla legati intorno a un
bastone. Applicato in questo modo, il latte di gesso
formava
piccole gocce, che indurendo creavano una superficie
ruvida su cui l'aderenza del successivo strato di
intonaco era molto facilitata.
INTONACI A FINTO MARMO COLORATI IN PASTA
L'applicazione dello stucco a finto marmo colorato in
Pasta poteva avvenire in due modi. Secondo le indicazioni
del Rondelet, si prendeva un poco di ciascun colore
preparato, si scioglieva nell'acqua e con questa si
impastava il gesso fresco, quindi si applicava il tutto
sulla superficie da intonacare a "finto marmo".
Per il Breyman, invece, si doveva stendere prima uno
strato di malta piuttosto grezzo, ottenuto impastando
gesso, sabbia fine e acqua di colla. Asciugato
completamente questo fondo, si univano insieme le
"pallottole" colorate e "venate". Da
questo impasto colorato venivano tagliati dei pezzi che,
immersi velocemente nell'acqua, venivano applicati
sfregando con la cazzuola inumidita sullo strato di
fondo.
Dopo la stesura degli impasti colorati con spatole e
cazzuole, si passava alla finitura a secco. Essa avveniva
in modo simile a quella descritta per le decorazioni
plastiche, cioè attraverso lo sfregamento con pietre e
polveri di consistenza diversa. A differenza di questa,
però, la pulitura e lucidatura del finto marmo prevedeva
un numero maggiore di operazioni, che possiamo
sinteticamente suddividere in quattro fasi:
1) una prima fase di lisciatura con pialletti e
appianatoi per eliminare le maggiori ineguaglianze;
2) una seconda fase di lisciatura grossolana con pietre
leggermente abrasive, come la pietra pomice o la pietra
arenaria;
3) una terza fase di lucidatura con polveri molto fini,
generalmente con la polvere di Tripoli, a cui si poteva
sostituire nei punti più difficili come cornici, nicchie
ecc., una raspella (probabilmente una piccola scopa), da
inumidirsi prima dellíuso;
4) e infine una quarta fase, ancora di lucidatura, che
poteva essere realizzata in due modi. Il primo consisteva
nella stesura a pennello di uno strato di acqua e sapone
seguita da un'altra di solo olio di lino, applicato molto
velocemente con un pezzo di feltro. Il secondo, invece,
prevedeva una prima stesura di olio di lino e una
successiva di un composto di cera e olio di trementina,
applicati con un panno di lana o di seta.
La fase nella quale si riscontrano alcune differenze è
quella relativa alla pulitura e lucidatura con le varie
pietre, soprattutto in relazione al tipo di pietre da
utilizzare.
- Pietra arenaria o pietra artefatta di scagliola e
sabbia 2 - Pietra pomice 3- Lavagna 4 Pietra argillosa 5
-Pietra di paragone- 6 Diaspro
- Pietra arenaria 2 - Pietra cote 3 - Pietra cote più
fine 4 - Pietra ematite
Come si può notare, le pietre consigliate erano
progressivamente più dure, si passava da pietre
costituite da elementi sabbiosi, quindi più abrasive, a
pietre più compatte di natura silicea.Il Breyman, in
particolare, consiglia di stabilire la successione
provando a scalfire le pietre tra di loro, e di
utilizzare per ultima quella che non veniva scalfita
dalle altre.
Intonaci a finto marmo colorati in superficie
Lo stucco a finto marmo poteva, come già detto, essere
colorato anche in superficie con pigmenti da affresco
sciolti nell'acqua di calce, oppure con colori a olio. La
prima indicazione trovata per tale coloritura è
riportata in un manoscritto anonimo del XVI secolo che
prevedeva la coloritura dello stucco, realizzato con
calce e polvere di marmo o di travertino, con colori a
olio stesi su di una "inzuppatura" di biacca
sciolta in acqua di calce.Gli unici autori a riportare
una indicazione simile sono nell'Ottocento Giuseppe Musso
e Giuseppe Copperi, che descrivono uno "stucco ad
olio per imitare il colore dei marmi". Per eseguire
questo stucco si preparava la superficie muraria
applicando con una spatola di ferro due strati di malta
composta di gesso "vivo" e colla animale molto
densa. Dopo l'applicazione di questi due strati si
raschiava la superficie con carta vetro e si copriva con
uno strato di colla liquida sulla quale, a più riprese,
si stendevano biacca e colori a olio misti con essenza di
trementina.e) Intonaco a "stucco lucido" La
superficie dello stucco, sgrassata e levigata per mezzo
delle tecniche sopradescritte, poteva infine essere
"lustrata", oltre che con pietre e olio come
per il finto marmo, anche a caldo o a freddo, con
soluzioni saponacee e cera ottenendo il cosiddetto
"stucco lucido". Già Leon Battista Alberti
parla di un intonaco che diveniva "lustro come
specchio" se, una volta asciugato, veniva ricoperto
con un composto di cera, mastice (una resina vegetale) e
olio e che una volta unto in questo modo veniva scaldato
con braci per facilitarne l'assorbimento, e infine
lucidato.In generale le altre fonti descrivono due
diverse soluzioni saponacee, suscettibili di lucidatura,
sia a caldo che a freddo.La prima, riportata da Francesco
De Cesare, era composta solo da acqua e sapone di Genova,
da applicare sullo "stucco semplice" (di gesso
per l'interno e di polvere di pietra bianca per
l'esterno) non ancora completamente asciutto, e da
comprimere mediante ferri caldi.La seconda, descritta dal
Breyman, Si componeva di cera gialla (o bianca per lavori
bianchi), sapone, e cremor di tartaro (12) utilizzato
probabilmente per facilitare lo scioglimento della cera.
La lucidatura, in questo secondo caso, avveniva a freddo,
prima con una pelle bianca sottile e successivamente
con la parte piatta della cazzuola.
LE ORNAMENTAZIONI E LE RIPRODUZIONI A STUCCO
LEVIGATURA E CARTAVETRATURA
E' necessario che il lavoro di levigatura sia perfetto,
eseguito con molta cura e scrupolo. La fretta è spesso
causa di errori a volte irreparabili. La mano
dell'operatore dev'essere leggera, ferma e decisa; solo
così si ottiene una superficie ben levigata. Non bisogna
premere troppo perché ciò provocherebbe brutte e
dannose striature rendendo necessario il lavoro di
stuccatura. La levigatura va eseguita quando la
stuccatura è completamente asciutta, ciò avviene dopo
circa 12 ore.
Un materiale poco usato ma molto efficace è la pietra
pomice. Viene usata inumidita con acqua, o olio di lino o
petrolio. Prima di adoperarla si strofina sopra una
superficie di marmo o altra materia per spianarla e
questa operazione va ripetuta ogni volta che viene
utilizzata per levigare per eliminare il gesso impastato
in modo da averla sempre pulita.
Altro materiale usato è la carta abrasiva che può
essere usata a secco, ad acqua o ad olio. In quest'ultimi
due casi non si deve esagerare con acqua ed olio al fine
di non rovinare alcun particolare e bisogna spesso pulire
o cambiare la carta adoperata per evitare che essa,
impastandosi, provochi danno. Gli oli usati devono essere
seccativi (olio di lino crudo, di noce) mai l'olio di
vasellina che avendo come caratteristica la non
seccatività impedisce che qualsiasi mordente o vernice
aderisca perfettamente.
La levigatura a secco, ad acqua e ad olio si possono
alternare tra di loro a seconda della convenienza.
All'inizio del lavoro si usano carte vetrate di grana
grossa n.120, 180, 220, 240 poi si procede con quelle
più fini n.400, 600, 800, 1000, 1200 fino ad ottenere
una superficie liscissima.
E' opportuno ogni tanto spolverare accuratamente per
eliminare ogni traccia di polvere. Per rendere ancora
più liscia la stuccatura alla fine strofinare la parte
con pelle di camoscio o di vitello.
APPRETTATURA E MORDENZATURA
Consistono nelle operazioni che servono a preparare la
superficie per far aderire le foglie metalliche.
L'appretto di bolo (usato nella doratura a guazzo) si
applica sulla superficie ben levigata. Il bolo si trova
in commercio già preparato poiché la sua composizione
non è facilmente eseguibile ed è in tre tonalità:
rosso mattone, giallo ocra e nero. Viene scelto in base
al colore del bolo esistente nel pezzo che si vuol
restaurare. Il bolo va sciolto in poca acqua fredda e
aggiunto alla colla di coniglio precedentemente
riscaldata. Viene steso rapidamente a caldo con un buon
pennello senza ripassare sullo stesso punto. Se si vuole
una maggiore brunitura è necessario passare due o più
mani di bolo, altrimenti è sufficiente una sola mano.
Quando l'apprettatura è ultimata si lascia asciugare.
Anche i mordenti o missioni (usati appunto nella doratura
a missione) servono a far aderire la foglia. I primi
contengono pigmenti colorati, i secondi sono trasparenti.
Anch'essi si trovano in commercio già pronti. Hanno un
tempo di essiccazione variabile dai 15 minuti, 30 minuti
fino a 12 ore. In realtà il momento giusto per applicare
la foglia metallica è quando appoggiando il dito sulla
superficie lo strato si dice che "canta" e
cioè il dito non deve scivolare (ciò significa che si
è asciugato troppo e di conseguenza la foglia non
aderisce) né appiccicarsi troppo.
RIDORATURA E DECORAZIONE
Se sono state eseguite con esattezza le operazioni di
preparazione delle superfici da trattare si può
procedere all'applicazione della foglia metallica, senza
che si verifichino difetti antiestetici.
E' questa la fase più delicata del lavoro che deve
avvenire senza fretta e con molta pazienza, perché solo
a queste condizioni il lavoro avrà buon esito. La
pratica e l'esperienza poi lo renderà perfetto.
Per prelevare la foglia dal libretto di creta si poggia
il coltello sopra di essa e si soffia leggermente, la
foglia si piegherà e delicatamente si trascina sul
cuscinetto. L'oro e l'argento sono particolarmente
sottili e quindi l'operazione è delicatissima.
La foglia stesa sul cuscinetto viene tagliata in pezzi
più o meno grandi (a seconda della lacuna da colmare) e
collocati a distanza tra loro per evitare che non si
sovrappongono, non si raggrinziscano. Bisogna cercare di
evitare gli sprechi, altrimenti, specie per l'oro, il
lavoro diventerebbe troppo dispendioso. I piccoli scarti
non vanno mai buttati perché possono essere sempre utili
a dorare piccoli intagli nascosti.
Prima di dorare se si vuol una maggiore lucentezza del
metallo si deve prima brunire (lucidare) il bolo con la
pietra d'agata, rendendo così liscia la superficie.
Il procedimento dell'applicazione della foglia è diverso
a seconda se la foglia è vera o falsa.
Nel primo caso si deve far bollire un po' d'acqua,
aspettare che si raffreddi e aggiungere qualche goccia di
colla di coniglio. Con un pennello si bagna la
superficie, abbondantemente, un po' alla volta. Si
preleva la foglia, precedentemente tagliata in misura
più o meno grande, con il pennello di martora.
Quest'ultimo deve essere ingrassato strofinando i peli
sul viso o ungendolo con pochissimo olio di paglierino
altrimenti fa foglia non aderirebbe sul pennello. La
foglia viene così trasportata e posata sulla superficie
con molta grazia avendo cura che essa non si frastagli e
si rovini. Con un batuffolo di cotone inumidito si preme
leggermente sulla foglia in modo da far uscire l'acqua in
eccesso, le bolle d'aria, togliere le grinze e
distenderla . Questa operazione deve essere effettuata
con molta delicatezza per evitare che la foglia si
rovini. Si procede poi a dorare una parte per volta fino
a riempire tutta la superficie con la foglia. Una volta
ultimato il lavoro si spiana definitivamente la foglia.
Nel secondo caso l'applicazione è più semplice perché
la foglia essendo meno sottile, è più facilmente
trasportabile con il pennello di martora unto con olio di
paglierino. Essa viene posata sulla missione quando essa
"canta" e con un batuffolo di cotone inumidito
si spiana e si tolgono le grinze.
BRUNITURA
Bisogna aspettare che la foglia d'oro applicata sia
completamente asciutta, in genere in estate l'attesa va
dalle 5 alle 8 ore ed in inverno si deve attendere 20 /24
ore, per evitare che lo strato sia troppo molle o troppo
secco.
La foglia d'oro e d'argento si lucida con appositi
brunitoi, in particolare con la pietra d'agata. Viene
scelta quella che ha la forma più adatta e più
conveniente per il lavoro da eseguire. Prima di lucidare
per facilitare lo scorrimento della pietra si ricorre
alla lubrificazione usando delle sostanze adatte, in
quantità minime come il talco, o l'olio. La pietra deve
essere utilizzata con mano leggera, ferma e sicura e con
una pressione regolare in modo da schiacciare la foglia e
nello stesso tempo la rende lucida e brillante.
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